Le 4 tappe del viaggio del cambiamento

Da marzo a dicembre 2024 BluPeak è stata ospite di Blulink in 4 webinar che hanno avuto come protagonista la Business Transformation. Il titolo del ciclo è “La meta del cambiamento… Un viaggio in 4 tappe”: la meta del cammino di trasformazione è stata concepita come la cima di una montagna, impegnativa eppure alla portata di tutti se per raggiungerla si usano adeguati strumenti culturali, cognitivi e metodologici.

Riuniamo qui di seguito la sintesi delle 4 tappe.

Ad aprire il percorso, col Campo base, è stato Stefano Setti, CEO&Founder di BluPeak Consulting, che ha quindi posto proprio i fondamentali della Business Transformation, ovvero avere una necessaria visione oltre il progetto.

Ma cosa BluPeak intende per Business, o Organizational, Transformation (che non è solo digital!)?

Stefano ci ha suggerito di partire dall’osservazione dell’azienda come un sistema complesso, assumendo quindi la visione da un punto più elevato. Ci ha poi indicato due parole chiave per meglio comprendere il senso di Business Transformation: Pain, inteso come dolore organizzativo ovviamente, ovvero spreco, disfunzione, non conformità, e Desire, da leggere come desiderio di miglioramento aziendale, quello a cui si arriva dopo la trasformazione. Ma, attenzione – ci ha detto Stefano – la trasformazione, parola polisemica e ricca di metafore, che in sé può essere passaggio, transizione, mutamento, cambiamento, guado, trasmutazione, attraversamento, metamorfosi, deve essere guidata senza mai perdere di vista la centralità della persona, la resilienza e la sostenibilità, tutti e tre concetti molto diffusi, troppo, forse abusati, ma che non per questo abbiamo paura di usare.

E di metafore, noi di BluPeak facciamo un uso quotidiano: per George Lakoff, sono il principale meccanismo mentale attraverso cui noi comprendiamo concetti astratti e mettiamo in atto ragionamenti astratti; per Stefano Calabrese sono meccanismi cognitivi che consentono all'individuo di conoscere il nuovo attraverso il noto, l’astratto mediante il concreto, il generale attraverso il particolare.

Alcune metafore a cui siamo particolarmente legati, per la loro potente e concreta efficacia esplicativa, sono quella del tappeto volante, della costellazione, del guado.

Tornando a rispondere alla domanda iniziale – Cos’è per BluPeak la Business Transformation? – Stefano ci parla di capacità (ovvero avere la visione) di combinare, integrare, unire i puntini (ecco perché la metafora della costellazione), ancor meglio di unire i puntini giusti di un grande mare di saperi. Cosa che è appannaggio di organizzazioni di ogni dimensione e di ogni settore merceologico.

Infatti proprio per poter parlare a tutti, abbiamo individuato un modello trasversale che si basa su 5 aree di impatto, che rappresentiamo con l’immagine dell'uomo vitruviano.

I saperi che noi consideriamo al servizio della Business Transformation sono: Project Management, Business Analysis, Agile Mindset, Enterprise Management, Risk Management, Power Skill, Change Management, Innovation Management, Knowledge Management, ritenendo che, in un percorso di trasformazione organizzativa, tali saperi debbano essere convenientemente armonizzati.

A supporto di ciò, alcuni robusti riferimenti culturali sono pensatori come Edgar Morin, che inventò il neologismo francese Reliance, (combinazione di relation e alliance, relazione e alleanza), ovvero l’arte di rimettere tutto insieme, propria della complessità; o Peter Senge, col suo concetto di Learning organization che è, soprattutto, il concetto culturale dell’imparare dagli errori e dai fallimenti. Ancora, un gigante che Stefano ha segnalato è Edgar Schein, che ha parlato proprio di cultura organizzativa, e infine Howard Gardner, grande psicologo cognitivista americano che ci ha aiutato a capire cosa vuol dire cambiare.

Riprendendo la metafora del tappeto volante, Stefano ha concluso che la trasformazione può intendersi come il partire da un punto e raggiungerne un altro ma elevandoci, sollevando lo sguardo per non correre il rischio di restare ancorati al ground, ovvero a un terreno che può presentarsi accidentato, pieno di ostacoli e di insidie. Per collocarsi a un giusto livello potrebbe essere utile allenarsi a salire e scendere: salire per vedere e scendere per portare risultati pratici. Dunque ideale è “pensiero e azione” (thinking and acting), perché essere sconnessi da una visione è pericoloso.

 

Al Campo 1 ci ha accompagnati invece Luca Costa, Business Transformation Expert del Team BluPeak, parlando di “Resistenza o Resilienza? Change readiness e aspetti culturali nella gestione del cambiamento”.

Partendo dall’analisi delle parole chiave contenute nel titolo – resistenza, resilienza, cultura e change readiness – Luca ci ha portati alle dimensioni della change readiness (profonda comprensione del cambiamento da effettuare, cultura e leadership come forze condizionanti, consapevolezza di risorse e competenze a disposizione, aver talento nel trovare da sé nuove soluzioni) che hanno una ricaduta su “Learning Anxiety” e “Survival Anxiety” (rif: rielaborazione del modello di Kurt Lewin), ovvero le due forze opposte che si attivano nei processi di cambiamento.

Luca ha poi consigliato che un approfondimento delle strutture culturali di un’organizzazione (rif.: modello culturale di tre livelli di Edgar Schein) è basilare per vagliare le reazioni, di resistenza o di resilienza, che si producono grazie a determinate modalità nella guida al cambiamento.

L’interpretazione di un caso pratico, infine, ha supportato il percorso descritto da Luca che, in chiusura del suo intervento, ha fatto cenno anche alla fiducia e alla motivazione, come imprescindibili elementi nella change readiness.

Andrea Calisti, poi, ci ha guidati al Campo 2, con l’intervento “Risk Management e Compliance: garantire la continuità nel cambiamento”.

La premessa del suo intervento è stata: il rischio di insuccesso è indissolubilmente legato a qualsiasi progetto di cambiamento aziendale; i rischi, totali o parziali, che dovrebbero essere affrontati in via preventiva, possono essere annullati o quantomeno mitigati.

Ma cos'è il rischio? Secondo il PMBOK – la “bibbia” del Project Management – è un evento o una condizione che, se si verifica, ha effetto su almeno un obiettivo del progetto. Gli obiettivi possono includere ambito, tempi, costi e qualità. Dunque il rischio è associato ai concetti di pericolo e di probabilità

Le categorie dei rischi sono molteplici: interni (es.: attività dei concorrenti, costi delle materie prime e dei servizi, ecc.) ed esterni (es.: ciclo di vita e qualità del prodotto, rischi finanziari, ecc.), e in base alla visione dei rischi, possono essere industriali, regolatori o finanziari.

Compreso quindi il rischio, Andrea è passato a parlare del Risk Management, ovvero un processo che si sviluppa secondo il noto Ciclo di Deming (P-D-C-A) e che consente alle organizzazioni di identificare, analizzare e gestire i rischi; esso deve essere continuo, integrato nella cultura aziendale, deve coinvolgere e responsabilizzare i vari livelli dell’azienda ed esaminare la dimensione temporale del passato, del presente e del futuro.

Un passaggio fondamentale fatto da Andrea è stato poi quello sulle norme internazionali, in primis la ISO 9001:2015 sui sistemi di gestione qualità e la ISO 31000:2018, che riguarda il sistema di gestione dei rischi, fornisce delle linee guida e può essere applicata a qualsiasi tipo di organizzazione e di settore.

A fianco alle norme ci sono gli strumenti operativi, che permettono di fare una corretta analisi dei rischi: nati in passato nel mondo militare e poi sviluppatisi anche in ambiti civili, tra essi ci sono l’analisi RAMS (Reliability, Availability, Maintainability, Safety), la FMEA (Failure Modes & Effects Analysis) e la L.U.R. (Lista Unica dei Rischi).

E allora cosa avviene dopo aver gestito tutti i rischi? Andrea ci ha detto che ne n ricaviamo un ampio bagaglio di informazioni – le lesson learned – che non deve assolutamente essere trascurato: è fondamentale che diventi parte integrante della conoscenza aziendale da applicare ai progetti successivi, innescando così il processo di miglioramento continuo.

 

E infine, nella quarta tappa, La vetta, Dalia Vodice, Trainer e Coach del Team BluPeak, ha parlato della leadership esercitata quando è in atto un cambiamento organizzativo, inteso più ampiamente come cambiamento culturale, cambiamento di relazioni.

A fronte di un termine alquanto abusato e talvolta quindi svuotato di significato, Dalia ha subito chiarito che per BluPeak parlare di leadership ha ancora senso, a patto che si aggiunga un valore di esplorazione, ricerca, curiosità. L'idea della sua presentazione è stata infatti quella di esplorare con occhi curiosi le dinamiche tra le persone che accompagnano la trasformazione.

Dall’etimo di radice indoeuropea “leith” alle tante modalità di leadership che oggi sentiamo citate (la servant leadership di Robert Greenleaf, l’humble leadership di Edgar Schein, i sei stili di leadership di Daniel Goleman, solo per citarne alcuni), Dalia ha citato il Pulse of Profession 2023 del Project Management Institute dedicato alla relazione tra power skill e project success. Tra le prime quattro power skill considerate fondamentali dai circa 3500 professionisti del project management intervistati, c'è la collaborative leadership.

La collaborative leadership esplicita la capacità di prendere decisioni lavorando con gli altri oltre i confini fisici, mentali, organizzativi, aziendali, metodologici, per co-creare un percorso, visto o anche solo intuito da uno – un leader tipicamente – ma poi realizzato dal gruppo. Leadership collaborativa significa anche creare fiducia e ambiente sicuro, consci delle difficoltà che una trasformazione può portare con sé, significa responsabilizzare e far crescere le persone.

Talvolta però è il contesto esterno alla nostra trasformazione che ci disorienta. Viviamo in un mondo che sta passando dal modello VUCA (Volatility, Uncertainty, Complexity, Ambiguity) al modello BANI (Brittle, Anxious, Nonlinear, Incomprehensible): quale che sia lo scenario in cui ci muoviamo, VUCA o BANI o entrambi, l’accountability nella leadership deve tenerne conto, riuscendo a ritrovare la bussola o riuscendo a muoversi senza risentirne.

Una volta arrivati in cima, infine, è giusto festeggiare, ci ha detto Dalia. Ma raggiunta la vetta e celebrato il traguardo, possiamo mettere un punto e andare a capo? La sua risposta è stata negativa: in verità il cammino non finisce, perché una buona leadership sa che la trasformazione va mantenuta in atto e il gruppo in essere, per rendere stabile ciò che è stato raggiunto con fatica e impegno.



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Investimenti delle aziende nel settore Tech

Luci e ombre di un settore complesso e variegato, dirompente per gli impatti prossimi futuri

Il settore Tech (o settore tecnologico) comprende l’insieme delle industrie e delle aziende che operano nel campo della tecnologia e dell'innovazione. Si tratta di una vasta gamma di attività legate alla ricerca, allo sviluppo e alla produzione di hardware, software, dispositivi elettronici, sistemi informatici e servizi digitali.

Alcuni ambiti principali del settore tecnologico includono, ad esempio:

  • Tecnologia dell’informazione e analisi dei “Big Data”: sistemi e servizi per la gestione e il trattamento dei dati e delle informazioni come supporto al processo decisionale.

  • Software e applicazioni: sviluppo di soluzioni per i privati e per le aziende.

  • Intelligenza artificiale e machine learning: tecnologie per il processo di apprendimento delle macchine.

  • Internet delle cose (IoT): sensori e dispositivi connessi in rete, che possono scambiarsi dati e dialogare in modo intelligente.

  • Blockchain: tecnologie relative alla gestione sicura delle transazioni.

  • Elettronica di consumo: produzione di dispositivi elettronici per uso quotidiano.

Il settore tecnologico è considerato uno dei più dinamici e in crescita, con un impatto significativo su ogni settore dell’economia, dai trasporti alla salute, dall'educazione, all’energia, alla finanza. È quindi di interesse analizzare come si stiano orientando gli investimenti e il business delle aziende che operano in questo contesto.

Un recente studio della società di analisi e consulenza Mc Kinsey, condotto su un campione di circa 1000 aziende che operano in 50 paesi, ha evidenziato, nel 2023, un calo degli investimenti valutabile tra il 30 e il 40% (Technology Trend Index Outlook 2024).

Questo fenomeno è dovuto principalmente alla crescita dei costi di finanziamento e all’incertezza delle prospettive a breve e medio termine. Il principale effetto di questa congiuntura è stato di indirizzare gli investitori verso tecnologie caratterizzate da importanti valori di margini e ricavi.

In particolare, sono stati tre i settori maggiormente premiati dal mercato:

  • Intelligenza artificiale

  • Elettrificazione

  • Energie rinnovabili

Il fenomeno destinato a generare il trend di innovazione di maggiore entità è sicuramente quello dell’Intelligenza Artificiale, sul cui sviluppo si stanno concentrando gli sforzi di tutti i grandi nomi mondiali del settore: Microsoft, Oracle, AWS, Google, OpenAI, Nvidia.

L’IA si sta affermando in molteplici settori, grazie alla capacità di analizzare grandi moli di dati e di sviluppare contenuti (immagini, testi e perfino musica) in autonomia e con tempi ridotti. Queste prestazioni, se utilizzate con attenzione, mantenendo il “fattore umano” al centro del processo decisionale, sono in grado di generare valore aggiunto per le aziende, il cui ammontare globale viaggia nell’ordine di grandezza di diverse migliaia di miliardi di dollari (sempre secondo Mc Kinsey).

Per governare efficacemente lo sviluppo dell’IA è necessario disporre di professionalità adeguatamente preparate (le posizioni lavorative aperte in questo campo nel 2023 sono più che raddoppiate rispetto all’anno precedente). Il problema risiede oggi nella difficoltà a reperire simili professionalità con le giuste competenze su IA, machine learning, analisi di dati e ambiti simili. Questa sarà anche la prossima sfida per università e centri di formazione non solamente scientifica: creare percorsi di istruzione in grado di rendere disponibili tecnici, ma anche filosofi, sociologi e psicologi, in grado di comprendere e governare il fenomeno IA in tutte le sue implicazioni economiche, sociali e di sicurezza.

Un altro settore trainante per gli investimenti è quello delle energie rinnovabili e dell’elettrificazione, spinto dalle prese di posizione a livello internazionale sulla necessità di contenere gli effetti dei cambiamenti climatici.

In questo caso, il tema non è limitato solo alla produzione di energia da fonti rinnovabili (fotovoltaico ed eolico), ma anche all’utilizzo dell’idrogeno verde (prodotto utilizzando fonti di energia a basso impatto ambientale), del nucleare di nuova generazione (con reattori più sicuri e intensificando la ricerca per arrivare alla fusione nucleare) e di biocombustibili.

Oltre alle tecnologie di produzione, un quantitativo consistente di risorse economiche è assorbito dalla ricerca sui sistemi di accumulo e sulle “smart grid” di trasmissione dell’energia.

Anche in questo caso, un fattore strategico è rappresentato dalle competenze che si dovranno creare per sostenere la ricerca nel settore e la “messa a terra” delle tecnologie.

Gerd Altmann - Pixabay

Infine, un settore che possiamo ancora definire emergente o “di frontiera” nell’innovazione è quello del calcolo quantistico, che sfrutta i principi della meccanica quantistica per risolvere problemi complessi con algoritmi che i computer tradizionali non riescono a processare. A differenza dei computer classici, che utilizzano “bit” per rappresentare informazioni definite come 0 o 1, i computer quantistici utilizzano “qubit” (quantum bits), che possono esistere in una sovrapposizione di stati, ovvero essere contemporaneamente sia 0 che 1 grazie al fenomeno della sovrapposizione quantistica.

Il calcolo quantistico, integrato progressivamente con quello “classico”, permetterà di risolvere una serie di problematiche e di migliorare le prestazioni di processi legati a simulazioni (ad esempio nel campo della fisica, della chimica, della biologia), crittografia e sicurezza dei dati, machine learning e intelligenza artificiale.

Come anticipato nel titolo, lo scenario attuale si presenta come estremamente articolato e caratterizzato da una molteplicità di dimensioni eterogenee. In particolare, per molte imprese, l’adozione e l’integrazione delle nuove tecnologie non si limiterà a un semplice aggiornamento operativo, ma richiederà un profondo ripensamento sia della mentalità aziendale sia delle modalità organizzative. Questo cambiamento, inevitabile per rimanere competitivi, implica una transizione complessa che deve essere affrontata con una strategia chiara e un approccio proattivo.

Prepararsi in modo adeguato significa investire anticipatamente in percorsi strutturati di analisi organizzativa e di formazione, finalizzati a sviluppare le competenze necessarie per gestire l’innovazione, e in servizi di consulenza specializzata, che possano guidare le aziende nell’identificazione delle soluzioni più adatte alle loro specifiche esigenze. La mancata pianificazione di questa trasformazione potrebbe comportare il rischio di trovarsi impreparati di fronte a una rivoluzione tecnologica che, per quanto inevitabile nel suo verificarsi, rischia di essere altamente dirompente nei suoi effetti, sia in termini di competitività sia di sostenibilità a lungo termine.

 

Andrea Calisti

Business Transformation Expert



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Formazione continua per competere nel mercato globale

Come ogni anno, sono stati pubblicati dalla Fondazione Agnelli i dati sui migliori istituti di istruzione secondaria: un’occasione per riflettere sulla necessità di rendere continuo il processo di formazione nella vita lavorativa e sull’opportunità da parte delle imprese di costruire una propria “Academy”

Eduscopio 2024: bussola per aiutare i giovani a scegliere il proprio futuro

Nel panorama educativo italiano torna l’annuale appuntamento con Eduscopio, la piattaforma della Fondazione Giovanni Agnelli: uno strumento, ormai alla sua undicesima edizione, che offre una valutazione approfondita degli istituti di istruzione secondaria superiore delle varie città italiane. Analizzando i risultati universitari e lavorativi dei diplomati, il progetto si pone l’obiettivo di aiutare famiglie e studenti a scegliere il percorso di studi più adatto alle loro ambizioni. I criteri di analisi includono esami sostenuti, media dei voti, tasso di occupazione e coerenza tra il percorso di studi e l’attività lavorativa.

L’edizione attuale si basa su dati relativi a circa 1.347.000 diplomati distribuiti in 8.150 indirizzi scolastici, suddivisi per tipologia di scuola e area geografica. Questo grande database permette di confrontare le scuole e di identificare quelle più performanti in base a parametri oggettivi. Per le famiglie, spesso indecise di fronte alla varietà di opzioni disponibili, Eduscopio rappresenta una bussola utile per orientarsi nel mare delle offerte formative.

Foto free - Pixabay

La scelta della scuola superiore è, per molti studenti, il primo grande passo verso il futuro. È un momento cruciale in cui si gettano le basi per il percorso universitario o lavorativo. Secondo i dati raccolti, circa il 40% dei diplomati tecnici e la maggioranza degli studenti dei licei prosegue gli studi in ambito accademico. Al contrario, una parte significativa dei diplomati tecnici e circa l’80% degli studenti provenienti dagli istituti professionali si inserisce direttamente nel mercato del lavoro.

Tra i licei più prestigiosi figurano il Volta a Milano e il Righi a Roma, seguiti da scuole come il Leonardo Da Vinci di Jesi e il Marie Curie di Savignano sul Rubicone. Tuttavia, la classifica evidenzia anche realtà scolastiche in zone meno privilegiate che riescono comunque a garantire una formazione di alto livello. Tali risultati dimostrano l’importanza di un sistema educativo capace di offrire opportunità di qualità all’intera platea studentesca, indipendentemente dal contesto socioeconomico.

La formazione continua: una necessità per affrontare il cambiamento

Foto free - Pixabay

Oltre al periodo scolastico, emerge sempre più chiaramente l’importanza della formazione continua durante tutta la vita lavorativa. L’evoluzione tecnologica e la trasformazione del mercato del lavoro si muovono a una velocità senza precedenti, rendendo indispensabile un costante aggiornamento delle competenze. Per rimanere competitivi, aziende e organizzazioni devono garantire ai propri dipendenti strumenti di apprendimento flessibili e mirati.

La formazione, vista come aggiornamento (up-skilling) o creazione di nuove competenze (re-skilling) non è più un’opzione, ma una necessità per adattarsi ai cambiamenti strutturali che caratterizzano il mondo del lavoro odierno. Innovazioni come l’intelligenza artificiale, la robotica e la digitalizzazione stanno rivoluzionando il panorama professionale, richiedendo nuove competenze e una maggiore capacità di adattamento. In questo contesto, la creazione di strutture dedicate all’apprendimento, come le Academy aziendali, rappresenta una soluzione concreta per gestire tali sfide.

Le Academy aziendali: un modello per la gestione della conoscenza

Il modello delle Academy si basa sull’idea di costruire una struttura interna che si occupi della gestione della conoscenza, nota come knowledge management. Queste organizzazioni hanno il compito di proteggere e valorizzare il patrimonio di competenze tecniche e specialistiche dell’azienda, garantendo che queste vengano trasferite ai dipendenti e ai partner esterni in modo efficace.

L’obiettivo principale di un’Academy aziendale è duplice: da un lato, assicurare che il sapere aziendale sia preservato e continuamente aggiornato; dall’altro, favorire lo sviluppo di competenze strategiche per rispondere alle esigenze del mercato. Questo approccio consente alle aziende di distinguersi dalla concorrenza, aumentando la loro capacità di innovare e adattarsi ai cambiamenti.

La creazione di un’Academy è un progetto complesso, che richiede il coinvolgimento di diversi attori e una pianificazione attenta. Il modello di gestione della conoscenza elaborato da Milton e Lambe offre una guida utile per strutturare tale iniziativa. Questo approccio vede la gestione della conoscenza come un processo dinamico e continuo, che si sviluppa attraverso l’interazione tra persone, processi e tecnologia.

Per realizzare un’Academy efficace, è fondamentale considerare alcuni fattori chiave:

  1. Condivisione della conoscenza tacita ed esplicita: promuovere una cultura aziendale orientata alla collaborazione e allo scambio di informazioni.

  2. Interazione e scambio di esperienze: creare occasioni di confronto tra dipendenti per favorire l’apprendimento reciproco.

  3. Utilizzo di tecnologie avanzate: integrare strumenti digitali che facilitino la gestione e la diffusione della conoscenza.

  4. Apprendimento continuo: offrire percorsi di formazione regolari e adattati alle esigenze del personale.

L’implementazione di questi elementi trasforma la gestione della conoscenza in un vantaggio competitivo, permettendo alle aziende di migliorare le proprie performance e di rispondere in modo più efficace alle sfide del mercato.

La conoscenza rappresenta oggi una delle risorse più preziose per le organizzazioni. Tuttavia, per essere realmente efficace, deve essere gestita in modo strategico e integrata nei processi aziendali. Non è sufficiente delegare la formazione al sistema educativo tradizionale; le aziende devono assumersi la responsabilità di creare un ecosistema che favorisca l’apprendimento e l’innovazione.

In un mondo sempre più globalizzato e competitivo, le Academy aziendali rappresentano un’opportunità unica per le organizzazioni di tutti i settori. Investire nella creazione e nello sviluppo di queste strutture non è solo una scelta lungimirante, ma una condizione indispensabile per garantire il successo a lungo termine.

conclusioni

In sintesi, la combinazione di una solida formazione scolastica e di un efficace sistema di aggiornamento professionale costituisce la base per lo sviluppo di una forza lavoro competente e adattabile. Iniziative come Eduscopio evidenziano l’importanza di scegliere scuole che preparino gli studenti alle sfide future, mentre le Academy aziendali dimostrano come la formazione continua sia una leva strategica per il successo organizzativo.

Investire nella conoscenza non è solo un dovere morale, ma un requisito per competere in un mercato globale in continua evoluzione. Le aziende che sapranno cogliere questa opportunità saranno quelle che guideranno il cambiamento, ponendosi come leader nei loro settori.

Andrea Calisti

Business Transformation Expert





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La meta del cambiamento… Un viaggio in 4 tappe - QUARTA e ULTIMA TAPPA

Quattro incontri su alcune tematiche connesse alla trasformazione organizzativa


26 marzo - 4 luglio - 3 ottobre - 13 dicembre 2024

I quattro webinar, organizzati da Blulink srl, di cui BluPeak è partner, presentano la meta del cambiamento come una cima, impegnativa ma al contempo alla portata di tutti, da raggiungere con adeguati strumenti culturali, cognitivi e metodologici.




Dopo le tre tappe, curate da Stefano Setti, Luca Costa e Andrea Calisti, tocca a Dalia Vodice, trainer e coach del Team BluPeak, chiudere accompagnandoci in cima.

Il suo intervento, La vetta: Leadership della trasformazione, è programmato per venerdì 13 dicembre 2024, online, dalle 11:30 alle 12:15.





Per ulteriori informazioni e per la registrazione al webinar, cliccate sulla pagina di Blulink.

Autostrada del Sole e Project Financing

“La domenica fiorentina si presentava finalmente serena dopo il nubifragio del giorno prima. Una pioggia sferzante che aveva costretto, il pomeriggio di sabato 3 ottobre 1964, le auto con a bordo il presidente del Consiglio, Aldo Moro, e l’amministratore delegato della società Autostrade, Fedele Cova, a procedere a passo d’uomo da Orvieto a Chiusi. Era l’ultimo tratto che mancava per rendere l’A1 – esattamente sessant’anni fa – l’autostrada che conosciamo: la dorsale d’asfalto, allora avveniristica, che univa per la prima volta le macroaree del Nord, del Centro e del Sud.” (Corriere della Sera, 3 ottobre 2024, a cura di Daniele Piazza)

Oggi un’opera simile, da 60 anni motore di sviluppo economico e di incontro tra le diverse aree d’Italia, costata in valuta attuale circa 3,5 miliardi di euro, sarebbe probabilmente realizzata in Project Financing.

Vediamo quindi di approfondire questa modalità di operare.

Un concept tutto italiano

L’idea di un’arteria stradale esclusivamente dedicata al traffico automobilistico, contrariamente a quanto si possa credere, non nasce con l’Autostrada del Sole e non proviene dall’estero.

Fonte: Wikipedia

La prima autostrada al mondo nasce tra il 1924 e il 1925 per collegare Milano ai laghi lombardi e permettere le prime gite turistiche in automobile (che all’epoca, essendo un privilegio per pochi, si prendeva a noleggio completa di chauffeur).



Fonte: Corriere della Sera

Passano circa 30 anni e il 19 maggio 1956, a San Donato Milanese (altro luogo reso celebre come culla del progresso industriale grazie all’ENI di Enrico Mattei), viene celebrata la posa della prima pietra della futura A1 alla presenza dell’allora presidente della Repubblica Giovanni Gronchi e dell’arcivescovo di Milano Giovan Battista Montini, futuro papa Paolo VI.

Dal 1956 al 1964, in soli 8 anni, vennero realizzati 755 chilometri di nastro d’asfalto per collegare Milano a Napoli con 113 ponti e viadotti, 572 cavalcavia, 38 gallerie, 57 raccordi, 56 aree di servizio.

L’idea di questa infrastruttura vede la luce tra il ‘53 e il ‘55 ad opera della SISI (Società Iniziative Strade Italiane, il consorzio aziendale composto da Fiat, Pirelli, Agip e Italcementi), che sviluppa il progetto di massima dell'autostrada con le sue tappe principali (Milano, Bologna, Firenze, Roma e Napoli), ipotizzandone già il sostegno finanziario tramite la riscossione dei pedaggi. Nel 1955 la SISI trasferisce il progetto allo Stato. Si crea così una “congiuntura perfetta” di comunità d’intenti tra Governo, competenze tecniche e capacità delle maestranze, che ha permesso di realizzare un investimento di 272 miliardi di lire (pari ad attuali 3 miliardi e mezzo di euro circa).

Se oggi si dovesse realizzare un’opera simile, con un impegno economico corrispondente a quello citato, molto probabilmente si ricorrerebbe a una soluzione di Project Financing.

Il Project Financing: mezzo per lo sviluppo infrastrutturale (da utilizzare con attenzione

Il Project Financing è una metodologia di finanziamento a lungo termine impiegata in particolare per la realizzazione di progetti che comportano un rilevante impegno finanziario, come quelli relativi alle infrastrutture.

La caratteristica peculiare del Project Financing è che il rimborso del debito contratto per finanziare il progetto si basa esclusivamente sui flussi di cassa generati dall’infrastruttura oggetto del progetto (esempio un’autostrada, ma anche un tratto ferroviario, un aeroporto, un’infrastruttura energetica), anziché sulla solvibilità finanziaria dei soggetti promotori. Il progetto stesso rappresenta quindi la garanzia esclusiva per il finanziamento della realizzazione, in grado di ripagare il debito e di generare rendimenti per gli investitori.

I principali attori coinvolti nel Project Financing sono gli sponsor, gli istituti finanziari, le autorità pubbliche e le società fornitrici.

Gli sponsor sono di solito aziende o consorzi che si occupano della concezione, dello sviluppo e della gestione del progetto.

Le banche o i fondi d’investimento rivestono il ruolo di finanziatori, valutando la sostenibilità economica del progetto e definendo le modalità di erogazione del prestito (che spesso copre la maggior parte del fabbisogno finanziario).

Le autorità pubbliche sono coinvolte nell’assicurare il corretto, ma celere, sviluppo dell’iter burocratico collegato al progetto, così come nell’offrire incentivi fiscali, concessioni, garanzie o contributi a fondo perduto per favorire la realizzazione di opere che rispondano a esigenze collettive, come infrastrutture sanitarie, stradali o scolastiche.

Per lo sviluppo del progetto, in caso di esito positivo dell’analisi di fattibilità su rischi, costi e benefici, viene creato appositamente uno “Special Purpose Vehicle” (SPV), ovvero una società che ha lo scopo di gestire l'iniziativa e di detenere il debito e gli attivi del progetto. La SPV agisce come veicolo legale e rappresenta l’entità giuridica responsabile di tutti i contratti e gli obblighi legati al progetto. Tale aspetto è importante poiché protegge gli sponsor dai rischi.

Lo SPV raccoglie il capitale necessario, realizza il progetto e gestisce l’infrastruttura o l’impianto, generando i flussi di cassa necessari a ripagare il debito. Il progetto deve quindi dimostrare di essere autosufficiente e capace di generare reddito nel lungo termine.

Il Project Financing ha diversi vantaggi:

  • permette la realizzazione di opere complesse senza gravare sui bilanci aziendali degli sponsor o sulla spesa pubblica;

  • facilita l’attrazione di capitali privati anche per progetti pubblici, favorendo la collaborazione tra pubblico e privato.

Tuttavia, il Project Financing presenta anche delle problematiche che devono essere prese in esame con attenzione:

  • il processo è complesso e richiede studi di fattibilità dettagliati e una rigorosa gestione dei contratti;

  • i costi di transazione, consulenza e monitoraggio possono essere elevati, e i tempi di negoziazione con le banche o i fondi sono spesso lunghi.

  • se il progetto non genera i flussi di cassa previsti, possono sorgere difficoltà nel rimborso del debito, esponendo gli investitori a perdite.

Quattroruote sul tracciato della BreBeMi (A35) rispetto alla A4

Un esempio relativo all’ultimo rischio citato è sicuramente quello dell’autostrada A35 (la cosiddetta BreBeMi): i bassi flussi di traffico dovuti al costo dei pedaggi, nonostante la minore lunghezza del percorso rispetto all’alternativa rappresentata dall’utilizzo della preesistente A4, mettono a rischio la redditività del progetto.

CONCLUSIONI

Il Project Financing rappresenta sicuramente uno strumento strategico per finanziare progetti di grande rilevanza, i cui rischi devono tuttavia essere tenuti nella giusta considerazione dai Project Manager chiamati a gestire questo tipo di iniziative.

Le modalità operative permettono di attrarre risorse private in settori dove la spesa pubblica non è sufficiente o dove si punta a ridurre il debito pubblico; tuttavia, lo studio preliminare di fattibilità e l’analisi dei rischi devono essere condotti con particolare attenzione, soprattutto in proiezione lungo il ciclo di vita del progetto, per valutarne correttamente la redditività rispetto agli investimenti da rimborsare.

Con l’aumento delle esigenze infrastrutturali e lo sviluppo di tecnologie verdi, il Project Financing è probabilmente destinato a crescere, diventando sempre più un pilastro per il finanziamento di progetti innovativi e sostenibili. Questa situazione genererà la necessità di avere figure professionali correttamente formate non solo nella gestione di questi progetti, ma anche, come detto, nello sviluppo degli studi di fattibilità e delle analisi di rischio preliminari.

Andrea Calisti

Business Transformation Expert


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BluPeak @EBES Conference

In occasione della 49th EBES ConferenceAtene, 16-18 ottobre 2024 Stefano Setti, CEO&Founder di BluPeak Consulting, presenta un paper dal titolo “Becoming a Learning Organization to Face Change in Complexity”.

L’intervento si basa sull’applicazione delle best practice inserite in un framework sintesi del lavoro di ricerca degli ultimi anni del Team BluPeak: un metodo integrato e multidisciplinare capace di potenziare le capacità di trasformazione delle organizzazioni intese come sistemi complessi.

L’ambito della presentazione, quindi, è la Business Transformation e l’obiettivo è quello di esplorare ciò che caratterizza una Learning Organization e come questa possa affrontare meglio la sfida della trasformazione aziendale in uno scenario complesso. I presupposti principali sono che tutte le organizzazioni, anche quelle di medie e piccole dimensioni, sono sistemi complessi e necessitano di una visione olistica, che le organizzazioni si trasformano continuamente e che la capacità di sviluppare un approccio di apprendimento continuo a qualsiasi livello è un fattore chiave per avere successo.

E. Morin

La relazione introduce concetti che fanno parte del DNA di BluPeak: cosa s’intende per trasformazione organizzativa (BT) e per capability, e del perché il Project/Program Management non è sufficiente per una completa e valida Business Transformation, necessitando invece di una visione più elevata. A supporto di ciò, il riferimento non può che essere a grandi pensatori come Edgar Morin e alla sua scienza della complessità, alle idee principali di Peter Senge sul pensiero sistemico e alla fondamentale teoria di cultura organizzativa di Edgar Schein.

Il paper fornisce spunti sullo stato dell’arte della metodologia del knowledge management nelle aziende. Un punto chiave è che le conoscenze tecniche devono essere integrate con quelle gestionali e, in modo sempre più decisivo, con quelle relative alla compliance, all’eccellenza, alla sostenibilità (GRC, ESG, ecc.), e ciò deve avvenire in modo personalizzato. Altrettanto rilevante è definire e responsabilizzare profili specifici di knowledge management (manager, champion, owner).

L’intervento di Stefano Setti esamina quindi il reale e determinante significato di lifelong learning, che è legato a una cultura del senso critico, all’importanza del fallimento, alla revisione pre-mortem dei progetti, all’arte del feedback ma anche alla “falsa credenza” del feedback stesso. Approfondisce poi l’attuale idea di Academy e tratta delle dimensioni in base alle quali si può capire se un'azienda è una learning organization e in che misura – stile di leadership, cultura, empowerment delle persone, fiducia, maturità nel knowledge management – e come definire e determinare il livello di preparazione all’apprendimento ispirato al concetto di Education Readiness Levels (ERLs) – secondo la ricerca di S. Dinda, T. W. Simpson, L. Gluck del 2017.

Il contributo alla conferenza descrive inoltre come dall’esplorazione dello scenario della transforming organization si può stabilire una road map: azioni atte a portare l’azienda allo step successivo, passaggio in cui si deve considerare il ruolo del Chief Learning Officer, dei sistemi digitali e dell’Intelligenza Artificiale.


BLUPEAK - IL BUSINESS È CULTURA ORGANIZZATIVA