Il futuro dell’automotive: timori, incertezze, interrogativi

L’industria automotive europea sta attraversando un periodo di turbolenze che porterà inevitabilmente, anche per effetto delle scelte regolatorie dell’UE, a una trasformazione non solo di tipo tecnologico, ma anche del modello di business.

Un cambiamento epocale, sul quale questo articolo intende stimolare la riflessione.

Il contesto

Un vento gelido soffia sull’Europa, anzi per la precisione sull’industria automobilistica europea. Tra vendite non brillanti, crisi delle motorizzazioni elettriche, transizione ecologica e invasione dei modelli asiatici, anche quei costruttori, che fino a oggi sembravano immuni da situazioni critiche, si trovano a dover ragionare con tagli produttivi, possibili chiusure di stabilimenti, ridimensionamento degli organici.

Maggiolino Volkswagen

A questa emergenza continentale non sfugge neppure il modello industriale “Made in Germany”, come dimostrano gli annunci di Volkswagen sulle prospettive per il futuro, nei quali, oltre alla revisione del modello di relazioni sindacali, contrattualistica e welfare che per anni è stato un fiore all’occhiello dell’economia tedesca, si è ventilata la chiusura di siti produttivi (la prima esperienza del genere per il costruttore di Wolfsburg in 87 anni) e il licenziamento di personale.

Su questo scenario pesa anche la fine, annunciata per il 2035 (scadenza tuttora mantenuta), della possibilità di costruzione e commercializzazione nell’UE di autoveicoli con motori a combustione interna alimentati a benzina, gasolio e biocarburanti.

Ovviamente tale situazione non è immune da potenziali pesanti ripercussioni per i diversi costruttori, ma anche per i fornitori dell’indotto (tra i quali molte aziende sono eccellenze italiane che negli anni hanno saputo farsi apprezzare anche all’estero, conquistando importanti quote di mercato).

Stiamo inevitabilmente andando incontro a un’importante e dirompente trasformazione di un settore da sempre trainante per l’economia e fonte di ricerca e di innovazione tecnologica. L’automotive in Europa impiega circa 12 milioni di addetti (secondo ACEA - Associazione Costruttori Automobilistici Europei) e perciò a una trasformazione di business come quella citata non è consentito giungere impreparati.

le ragioni della crisi

Indagare le ragioni di un fenomeno così complesso e articolato non è semplice e, in alcuni casi, esse affondano le proprie radici in scelte tecnologiche e politiche fatte in decenni passati.

Lasciando al lettore la libertà di cimentarsi in ulteriori analisi, vorremmo suggerire alcune opportunità di approfondimento.

Innanzitutto, è opportuno ragionare sul bilanciamento domanda-offerta. Sebbene tra i costruttori ci siano stati e probabilmente ci saranno ancora fenomeni di aggregazione, il mercato continua a essere caratterizzato da un’abbondanza di marchi (spesso appartenenti a uno stesso costruttore) che offrono modelli basati su una medesima piattaforma costruttiva con il rischio di concorrenza interna, disorientamento del consumatore, difficoltà per i modelli nel costruirsi una propria immagine e una propria identità a misura di una definita e consistente fetta di pubblico. A questa offerta “ridondante” (e a volte “dissonante”) corrisponde una domanda che tende a contrarsi.

Il motivo di questa diminuzione della domanda andrebbe probabilmente ricercato anche negli orientamenti dei giovani e al loro atteggiamento verso le quattro ruote, rispetto a quello delle precedenti generazioni.

Negli anni ’70 e ’80, uno dei traguardi più ambiti dai boomer, raggiunta la maggiore età, era conseguire la patente di guida e, magari (complici i risultati scolastici), ambire a un’utilitaria usata, simbolo di una nuova libertà. Oggi l’interesse per la motorizzazione non sembra essere al primo posto tra quelli che animano le giovani generazioni e, se è vero che i giovani rappresentano i consumatori del futuro, oltre ad avere un peso sempre importante nelle decisioni e negli orientamenti di consumo delle famiglie, questo dovrebbe (o avrebbe dovuto) mettere in guardia gli specialisti del settore.

Topolino

Altro aspetto su cui vorremmo soffermarci, in parte già accennato, è quello emozionale. Fino a qualche anno fa, costruttori e carrozzieri erano in grado di concepire e realizzare modelli di massa “iconici”, automobili che, anche se destinate alla motorizzazione del cosiddetto ceto medio, sapevano colpire per estetica e funzionalità la sensibilità dei potenziali utenti e, con questo loro appeal, imporsi nel mercato.

Oggi assistiamo a una banalizzazione dell’estetica, che di fatto rende le autovetture simili tra loro al di là del marchio. Questa situazione, unita a un livello qualitativo e di allestimento/prestazioni pressoché equivalente per i modelli dei vari segmenti di mercato, non è più in grado di suscitare emozioni e indirizzare la scelta del compratore medio verso uno specifico modello e una determinata marca, creando le condizioni per diventare leader nel mercato.

Infine, una riflessione merita sicuramente la questione dei costi, sia di acquisto che di mantenimento di un’autovettura che, anche per una cosiddetta utilitaria, possono risultare elevati rispetto al potere di acquisto delle famiglie.

osservazioni su possibili soluzioni

Quali potrebbero essere, quindi, le vie per trovare una soluzione a questa congiuntura?

Gli ambiti sui quali focalizzeremo la riflessione portano a suggerire di ripensare il modello di utilizzo delle autovetture e a incoraggiare alleanze tecnologiche per la ricerca e l’innovazione.

Il modello più utile per il futuro, nell’ottica di un reciproco beneficio tra produttori e consumatori, sembra essere quello del “car as a service” e del “car sharing”. Più che all’acquisto del “bene automobile”, l’utente andrebbe indirizzato verso l’acquisto di mobilità (il più possibile sostenibile ed eventualmente per un utilizzo condiviso) attraverso, ad esempio, offerte di noleggio a breve, medio e lungo termine comprensive di servizi di assistenza per la manutenzione e di coperture assicurative.

Dal punto di vista dell’innovazione tecnologica, è certamente importante per i player di settore operare con un “campo largo” di alleanze.

Negli autoveicoli la presenza dell’elettronica è sempre più pervasiva, sia per la gestione di aspetti di funzionamento e prestazioni, sia per il cosiddetto “infotainment” e per la sicurezza. Per questo motivo è auspicabile che si creino o si incrementino alleanze tecnologiche tra i costruttori di autoveicoli e le aziende specializzate nello sviluppo di software, al fine di incoraggiare sinergie e produrre soluzioni in grado di imporsi all’attenzione del mercato.

La strategia delle alleanze tecnologiche vale anche per le motorizzazioni, ambito in cui dovrebbe svilupparsi (più di oggi) un’interlocuzione tra costruttori e aziende del settore Oil & Gas ed energetico, al fine di consentire lo sviluppo di soluzioni, sia dal punto di vista delle motorizzazioni che sotto il profilo degli impianti per la produzione e la distribuzione del combustibile se non alternative, almeno complementari all’elettrico (per esempio l’idrogeno).

Percorrendo queste e altre strade, che gli specialisti del settore sapranno certamente trovare, l’industria automotive potrà certamente non solo trasformarsi, ma rigenerarsi, recuperando competitività, capacità di autosostenersi senza incentivi esterni (che a lungo termine danneggiano il mercato) e redditività.

FIAT 500

Credit: Andrea Calisti

Evento: Mostra "Motori Capitale" - Fiera di Roma, 21-22 settembre 2024

Andrea Calisti

Business Transformation Expert


BLUPEAK - IL BUSINESS È CULTURA ORGANIZZATIVA

BluPeak a Casa Bahia '24

il nostro racconto di Casa Bahia ’24


“La musica dà anima all’universo, ali al pensiero, slancio all’immaginazione, fascino alla tristezza, impulso alla gioia e vita a tutte le cose.”

Credit: Paola Mosca

Scomodiamo Platone perché ci sembra un ottimo incipit per il nostro racconto di Casa Bahia ’24: la prima edizione del festival di musica brasiliana che il 14 e il 15 settembre scorsi ha riempito di note ed emozioni uno spicchio di pianura padana, realizzato col patrocinio del Comune di Modena, il sostegno di BluPeak Consulting e la generosa ospitalità dell’Agriturismo Omega.

Mikis&Stefano - Credit: Gabriella Caselli

Dall’idea di Mikis Lugli (al lato in foto con Stefano Setti), immediatamente sposata da Rogério Tavares – musicista e compositore brasiliano trasferitosi in Italia da molti anni –, è nata la due giorni di suadenti melodie brasiliane, in cui il valore aggregante della musica si è felicemente riconfermato. Noi di BluPeak eravamo lì e ora proviamo a farvela immaginare…

I maggiori esponenti di questa musica, provenienti da tutta Italia, si sono alternati sul palco con voce e strumenti, ritmo e simpatia, bravura e armonia, creando “un cerchio di bellezza e di luce” e ringraziando, loro, con gioia, di aver avuto la possibilità di rincontrarsi e di condividere l’amata musica:

Barbara Casini, Roberto Taufic, Roberto Rossi, Cristina Renzetti, Tati Valle, Silvia Donati, Daniele Santimonie, Paolo Andriolo, Gabriele Mirabassi, Rogério Tavares, Andrea Taravelli, Barbara Piperno, Marco Ruviaro, Maria Pia De Vito.

Sound check - Credit: Paola Mosca

La profonda amicizia e l’alta professionalità dei musicisti, e il loro calore – a compensazione del precoce autunno che ci ha sorpreso con conseguente abbassamento delle temperature – ci hanno immerso nel Paese dove “la musica è dovunque, letteralmente, nelle strade, nella lingua parlata di tutti giorni, nelle movenze, nel modo di camminare, di amoreggiare, di giocare al calcio, di festeggiare o di esprimere dolore.” (E. Assante e G. Castaldo)

Credit: Paola Mosca

I ritmi propri della musica brasiliana, la contaminazione di lingue, la saudade e l’allegria, la verace spontaneità – degli artisti e del pubblico – in un’atmosfera rilassante e informale – come se fossimo a Casa di amici –, le quinte naturali del verde alle porte di Modena, con all’imbrunire sfumature dall’ocra al vermiglio per tramonti mozzafiato e, più tardi, con una luna, seppur non piena, in alcuni momenti di una luminosità struggente, tanti ragazzi e ragazze, totalmente coinvolti dall’atmosfera, che hanno assecondato la musica col ballo, convincendo anche i meno giovani (!)… Questo e tanto altro è stato Casa Bahia ’24, senza dubbio una kermesse di successo!

Credit: Paola Mosca

E quando il caso vuol premiare la passione e la bravura, ti regala, a sorpresa, anche i fuochi d’artificio! Noi di BluPeak, che d’impulso ma convinti abbiamo sostenuto la manifestazione, vorremmo dire che il merito dello spettacolo pirotecnico è dello sponsor, ma non possiamo ovviamente millantare… Fatto sta che è stato un modo magico per la salutare le ultime note, tra applausi, abbracci e l’appuntamento per Casa Bahia ’25!

Credit: Paola Mosca


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L’Italia sul K2

31 luglio 1954: una conquista che è la storia di un progetto organizzato e gestito in modo vincente


Il 31 luglio 1954 l’Italia è ancora alle prese con le ferite della guerra. Dall’altra parte del mondo, a più di 8000 metri di altezza, con temperature che arrivano a 30° sotto zero, un gruppo di coraggiosi compie un’impresa che, a distanza di 70 anni, per le condizioni e le modalità con le quali è stata preparata e realizzata, rappresenta un esempio di progetto vincente che merita di essere ricordato con legittimo orgoglio e qualche riflessione.

Prendendo ad esempio i Giochi Olimpici di Parigi 2024, sarebbe semplice partire a fare qualche considerazione sul Project Management applicato all’organizzazione di grandi eventi e alla costruzione della preparazione atletica degli sportivi. Noi, invece, vogliamo riflettere su un evento che, settant’anni or sono, in un’Italia profondamente diversa da quella di oggi, ha avuto una risonanza mondiale e ha portato la nostra nazione nel consesso di quelle che hanno saputo “domare” le grandi vette del mondo, quelle cime tra India e Pakistan che, ancora oggi, attraggono scalatori e scalatrici da tutto il mondo che, in modo discreto e lontano dal trash e dal chiasso dei social network, affrontano sfide estreme.

La storia della conquista italiana del K2 è innanzitutto quella di un progetto e di una squadra costruita e guidata da un personaggio fuori dal comune.

Ardito Desio (in foto - 1954 Wikimedia), geologo ed esploratore friulano dalla vita lunga e ricca di esperienze (è scomparso a 104 anni, dopo aver compiuto studi e ricerche in patria e all’estero e aver ricoperto prestigiosi incarichi in istituzioni italiane e internazionali), è l’artefice della costruzione di questa impresa e può essere considerato un Project Manager “ante litteram” per le capacità di coinvolgimento degli stakeholder e di organizzazione messe in atto.

Nel preparare l’impresa Desio tiene ben presente tre aspetti che possono portare al successo del progetto: uomini, attrezzature, esperienza.

Innanzitutto gli uomini della squadra. Desio li sceglie tra scalatori esperti e giovani promesse della montagna e li sottopone a un duro processo di selezione medica per verificarne le condizioni fisiche e la capacità di sopportare le condizioni estreme che troveranno sul posto e che dovranno affrontare durante le scalate, anche solo per raggiungere il campo base. In questo processo vengono coinvolte équipes mediche di fama e utilizzate attrezzature sofisticate come la camera ipobarica per simulare le condizioni con cui gli uomini si sarebbero dovuti confrontare e le reazioni dell’organismo.

Anche le attrezzature e il materiale tecnico furono particolarmente studiati per l’occasione. Desio riuscì a coinvolgere nell’impresa un gruppo di 250 aziende italiane che misero a disposizione la migliore esperienza per mettere a punto materiali e attrezzature in grado di consentire di sopravvivere alla carenza di ossigeno e alle temperature estreme. Per il mondo industriale italiano che stava uscendo dalle ferite della guerra fu una sfida a giusto titolo paragonabile alla conquista della luna che avverrà oltre dieci anni dopo. Fu anche la spinta per compiere ricerche su tecnologie e materiali che saranno negli anni successivi messi a disposizione del grande pubblico.

Infine la preparazione basata sull’esperienza di altre spedizioni simili e sullo studio del contesto. Desio analizza con rigore scientifico la montagna (l’aveva già vista anni prima partecipando come esperto a una spedizione sugli stessi luoghi organizzata dal Duca di Spoleto) e le relazioni delle spedizioni realizzate da altri gruppi (gli americani nel 1953 fallirono la conquista della vetta per un grave incidente in cui perse la vita un componente della spedizione, cosa che fece desistere il gruppo), per capire le tattiche, i materiali e le attrezzature scelti.

Sul campo, poi, Desio ha la capacità di guidare il gruppo e mantenerlo coeso anche nelle difficoltà. Mario Puchoz morì improvvisamente per un edema polmonare durante la salita al campo base. L’ultima fase della conquista fu estremamente drammatica per la mancanza di ossigeno, risolta dall’impegno e dall’abnegazione di Walter Bonatti e del portatore Mahdi. Il telegramma con cui Desio annuncia la riuscita dell’impresa non riporta i nomi degli scalatori (Lacedelli e Compagnoni) che arrivarono in vetta, a sottolineare che la vittoria appartiene a giusto titolo a tutto il gruppo.

Fu una grande vittoria, sia sportiva sia scientifica, costruita dal punto di vista tecnico e logistico in modo impeccabile, avendo a disposizione risorse molto diverse da quelle utilizzabili dagli alpinisti di oggi. Un’impresa di squadra che ha avuto una risonanza epica e che ha dato a un’Italia povera e ancora ferita dalle conseguenze della guerra una grande spinta morale, legata alla certezza di essere tornati a contare nel mondo, vincendo con rispetto e impegno la “montagna degli dei”.





Foto di copertina: Daniel Born su Unsplash

Andrea Calisti

Business Transformation Expert


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La meta del cambiamento… Un viaggio in 4 tappe - TERZA TAPPA

Quattro incontri su alcune tematiche connesse alla trasformazione organizzativa


26 marzo - 4 luglio - 3 ottobre - 13 dicembre 2024

I quattro webinar, organizzati da Blulink srl, di cui BluPeak è partner, presentano la meta del cambiamento come una cima, impegnativa ma al contempo alla portata di tutti, da raggiungere con adeguati strumenti culturali, cognitivi e metodologici.




Dopo la prime due tappe, curate da Stefano Setti e da Luca Costa, è la volta di Andrea Calisti, Business Transformation Expert del Team BluPeak, che ci accompagnerà nel “Campo 2”.


Il suo intervento, Risk Management e Compliance: garantire la continuità nel cambiamento, è in programma per giovedì 3 ottobre 2024, online, dalle 11:30 alle 12:15.

Per ulteriori informazioni e per la registrazione al webinar, cliccate sul link di Blulink.

BluPeak & la musica brasiliana

BluPeak sponsor di Casa Bahia ’24

È così che inizia il nostro settembre 2024, con la partecipazione e il sostegno a Casa Bahia ’24, la prima edizione del festival di musica brasiliana ospitato a Modena sabato 14 e domenica 15 settembre, col patrocinio del Comune di Modena - Modena City of Media Arts, e grazie alla generosa accoglienza dell’agriturismo Omega.







L’idea della kermesse è di Mikis Lugli e Rogério Tavares (in foto), musicista e compositore brasiliano da molti anni in Italia: creare, attraverso la musica, un ambiente di casa – da cui il nome Casa Bahia – come luogo di festa, ascolto e condivisione con vecchi e nuovi amici.




Ma che c’entra BluPeak con la musica brasiliana?

Innanzitutto BluPeak, che si occupa di cambiamento organizzativo, da sempre si muove dalla convinzione che il business è cultura.

Fin dalla sua fondazione ha promosso un approccio in cui al centro è la persona e non vi devono essere barriere fra i saperi, né categoriche separazioni tra ciò che attiene alle organizzazioni e ciò che attiene alla persona, in senso umanistico.

Quindi, eccoci a nutrirci di cultura e a sostenerla. Ma perché proprio la musica brasiliana?

Foto non soggetta a Copyright

Che anche nel petto di ogni stonato

C’è un cuore che batte

(João Gilberto)

Troviamo nella musica brasiliana tante lezioni universali, tutte umili perché popolari:

  • la collaborazione fra i musicisti, il modo in cui scrivono musica assieme, si ospitano uno nei dischi e nei concerti dell’altro con naturalezza;

  • il meraviglioso connubio fra popolare e colto: la stessa matrice fa ballare le folle nei carnevali ed è adottata con meraviglia e rispetto dai più grandi jazzisti di tutte le scuole;

  • l’elogio del “desafinado” (parola che significa stonato, titolo di un brano bandiera del grande padre della bossa nova João Gilberto), quella leggerezza – la famosa leggerezza calviniana – che appare frutto di nessuna fatica, mentre dietro…;

  • il culto della diversità, la pratica del sincretismo, non solo religioso ma anche musicale, l’ibridazione come modo per accedere al sublime;

  • il rigore con cui tutti i suoi esponenti, di ogni generazione, studiano innanzitutto come musicisti, prima di apparire come star dello show system;

  • l’autenticità con cui i musicisti testimoniano, a parole e con la propria opera, il fatto di essersi costruiti sulle spalle di giganti (i loro padri che hanno creato mondi musicali).

Casa Bahia ’24 è un progetto che non può lasciare indifferenti, in cui siamo stati coinvolti fin dall’inizio e che ci ha sorpreso per il coraggio visionario e la passione.

I musicisti, tutti di altissimo livello, hanno aderito con una straordinaria disponibilità, avendo certamente colto nell’iniziativa – seppur emergente e non sorta all’interno dei grandi circuiti dello spettacolo – un seme di purezza che merita di essere curato. E noi li ringraziamo per tale enorme generosità.

Melhor do que isso só mesmo o silêncio

Melhor do que o silêncio só João

Vi lasciamo con un consiglio di ascolto: Pra Ninguem, brano che chiude lo straordinario album Lìvro di Caetano Veloso, e testimonia la potenza del legame fra i musicisti brasiliani. Il testo è un elenco di emozionati ed emozionanti omaggi ai più grandi esponenti della musica popolare brasiliana, suoi amici di una vita.

Meglio di tutti questi suoni, che intrecciano un universo musicale patrimonio dell’umanità, è solo il silenzio… E meglio del silenzio è solo João.

Desideriamo cogliere e sostenere la speciale opportunità, che Casa Bahia offre, di seguire questi fili e queste voci.

Stefano Setti

CEO&Founder di BluPeak Consulting


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Fotografia&BluPeak

“Ci viene quello che c’è”: riflessioni in occasione della giornata mondiale della fotografia (19 agosto 2024)



La mia riflessione parte da un aneddoto vero.

A Reggio Emilia, tanti anni fa, alcuni decenni prima dei cellulari e delle macchinette automatiche per fototessere, c’era un famoso studio fotografico nella centrale via Emilia, punto di riferimento per chiunque avesse bisogno di foto per i documenti, oltre che per i matrimoni e gli altri eventi in cui un fotografo professionista era imprescindibile.

Un’anziana signora dovette rinnovare la foto per la carta d’identità, entrò in questo spazio sacro dalle luci soffuse, macchine già montate sui treppiedi e puntate sui fatidici sgabelli, dove il soggetto doveva accomodarsi e assumere la posa che il fotografo, burbero e sbrigativo sacerdote di questo tempio d’altri tempi, ti faceva assumere, tipicamente con spalle diagonalizzate alla Lilli Gruber e testa reclinata come le sue dita impostavano, usando il tuo mento come un joystick. Dopo la trepidante attesa dello sviluppo, il fotografo consegnò alla signora le foto. Guardandole, la signora disse al fotografo, in dialetto come si usava allora anche fra persone istruite (anche se ora lo traduco): «Come sono venuta brutta!»
E il fotografo, con schiettezza e sempre in dialetto, rispose: «Signora, ci viene quello che c’è!»

È proprio vero che in fotografia “ci viene quello che c’è”?

Io penso di no, ed è proprio questa illusione la trappola più affascinante e intrigante della fotografia: la foto non può essere la resa asettica di qualcosa che c’è, non è documentazione, è sempre lettura, una lettura unica, istantanea, fatta da un soggetto sempre interferente, manipolante e interpretante. Questo spazio meraviglioso e ambiguo ricorda quello dell’interpretazione musicale: la realtà fotografata sta alla foto come lo spartito sta all’interpretazione, che resta unica, irripetibile, non confondibile con nessuna altra e intrecciata con i fili della vita dell’interprete.

La diffusione dei cellulari, con i loro prodigiosi algoritmi aggiusta-tutto (che rappresentano davvero un miracolo di efficacia, che lascia ammirato chi ha imparato la fotografia misurando la luce con un esposimetro e scervellandosi nell’impostazione di tempi e diaframmi), ha amplificato questa illusione, quella di mostrare quello che c’è.

E probabilmente l’abitudine compulsiva a scattare immagini su immagini proiettate verso una condivisione social – alimentata dal “tanto non costa niente” e dalla citata sorprendente qualità tecnica – aggrava questa falsa cognizione di mostrare quello che c’è. Elio e le Storie tese, nel pezzo Lampo, hanno reso molto bene questa follia di scatti: “Con la tua digitale pixellata di pixel, moderna […] sai che mi hai davvero importunato con la dagherrotipia?"

"Billie Ray", di Maria Rivans

Tutto questo c'entra con il nostro mestiere? Io penso di sì, profondamente.

Che agiamo come formatori, o come consulenti, o come coach, come analisti per la comprensione dei bisogni, come leader di un team o di un progetto, noi facciamo continuamente fotografie, che in nessun caso possono mostrare quello che c’è. In questo nostro essere fotografi delle relazioni umane e delle organizzazioni nel cambiamento, siamo lettori e interpreti, interferiamo e interagiamo, perturbiamo, siamo parte del sistema che osserviamo. Ecco perché le antenne dell’etica devono essere sempre ben accese: il mito della neutralità non esiste (né, credo, sarebbe desiderabile): la nostra lettura rielabora sempre. E ringrazio perché è così!

Stefano Setti

CEO&Founder di BluPeak Consulting

Credit: Gabriella Caselli


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